Gasbarroni si ritira dal calcio: "Presidente, direttore e allenatore Giana tre grandissimi, speravo..."

23.07.2020 12:00 di Rossana Stucchi   Vedi letture
Andrea Gasbarroni, 39 anni
Andrea Gasbarroni, 39 anni

Andrea Gasbarroni, ex della Giana Erminio, classe 1981, è stato sicuramente un calciatore baciato dal talento. Ma questo talento non lo ha completamente espresso, ottenendo in carriera probabilmente meno di ciò che avrebbe potuto. A quasi 39 anni (li compirà il 6 agosto) ha disputato il suo ultimo campionato in Eccellenza piemontese con il Pinerolo e poi ha deciso di smettere. Di seguito l'intervista integrale del portale Indiscreto.info.

Andrea, partiamo dalla fine: hai appeso maglietta e scarpe al chiodo perché non ti divertivi più? Hai sempre dichiarato che avresti giocato “Fino a quando mi divertirò a correre dietro a un pallone”.

“No, mi sono divertito anche in questo ultimo poco più di mezzo campionato nel Pinerolo, però ho deciso di dedicarmi a tempo pieno all’attività di istruttore di tecnica individuale. Con un mio ex compagno delle giovanili della Juventus teniamo lezioni di tecnica a piccoli gruppi di calciatori, massimo quattro, di età tra i i 7 e i 17 anni, cioè durante tutte le annate delle giovanili“.

Tu sei nato e cresciuto nella Juventus, hai fatto tutta la trafila nel settore giovanile sino alla Primavera, sei arrivato fino alla panchina della prima squadra nel 2001 con Ancelotti allenatore, però non sei riuscito a esordire in Serie A con la maglia bianconera È un tuo rimpianto?

“Purtroppo non c’è mai davvero stata l’occasione di tornare alla Juventus, comunque sono stato di proprietà bianconera sino al 2007, quindi un po’ la società in me credeva”.

Il primo prestito nel 2001-2002 è in Serie C1 al Varese: come ricordi l’esperienza in biancorosso?

“La ricordo positivamente. A Varese mi sono formato e sono definitivamente cresciuto, compiendo il passaggio dalle giovanili ai campionati degli adulti e mi hanno anche premiato come miglior giovane della C”.

L’anno successivo si sale di un gradino e con una maglia prestigiosa, indossi il blucerchiato della Sampdoria allenata da Walter Novellino in Serie B e hai la prima grande soddisfazione della carriera: il primo posto in campionato a pari merito con il Siena, solo gli sconti diretti favorevoli ai bianconeri vi dividono, e la promozione in A.

“La prima avventura nella Sampdoria, ce ne sarà una seconda anche più soddisfacente alcuni anni più tardi, non può che essere un ricordo bello e
positivo, la Genova blucerchiata è una piazza con tanto entusiasmo e contribuisco a riportarla nel massimo campionato“.

Poi voli in Sicilia al Palermo, i rosanero sono in Serie B e bissi il successo in campionato, anche questa volta con un pari merito con il Cagliari ma con gli scontri diretti a voi favorevoli, e la promozione.

“Quel Palermo era una squadra fortissima, fu una stagione trionfale. Andammo in A dopo trent’anni di assenza”.

A Palermo il tuo presidente è Maurizio Zamparini, uno dei più importanti personaggi del mondo di calcio di quegli anni, hai un ricordo particolare del rapporto con lui?

“Appena arrivato a Palermo mi disse: “Mi sei costato tantissimo, vedi di valerli questi soldi”. Non mi ricordo di quanto si trattasse ma penso proprio di averlo ripagato”.

50 presenze tra campionato e Coppa Italia, un campionato di B in bacheca, 6 gol e tanti assist in una stagione e mezza, 2milioni e 700mila euro i soldi versati dal Palermo per la comproprietà, pensiamo proprio che Zamparini sia rimasto contento. Gli assist distribuiti con la maglia rosanero ti fanno guadagnare la maglia azzurra dell’Under 21 e la convocazione per le Olimpiadi di Atene del 2004, allenatore Claudio Gentile e stella Andrea Pirlo. Tornate a casa con la medaglia di bronzo, una medaglia che nel calcio mancava dal 1936 a Berlino quando l’Italia conquistò l’oro.

“Cosa dire? L’Olimpiade è una esperienza eccezionale, che ti segna la vita, ma che pochi hanno la fortuna di vivere. Un’Olimpiade disputata ad Atene dove sono nati i Giochi, finita con una medaglia al collo, di meglio non mi potevo aspettare. E poi la nomina a Cavaliere della Repubblica!”.

A gennaio 2005 lasci la Sicilia e cominci la tua seconda esperienza alla
Sampdoria, questa volta in Serie A, e da qui partono le tue migliori stagioni, suddivise tra Samp e Parma, 5 gol con i blucerchiati e 11 con i gialloblù.

“Sono d’accordo sul fatto che siano state le mie migliori stagioni, anche se i gol non sono il parametro giusto per valutare le mie annate perché non ne ho mai segnati tanti, un cinque/sei di media a parte la prima stagione di Monza in cui sono andato in doppia cifra. Ho sempre fornito tanti assist, questa è stata sempre la mia migliore caratteristica di calciatore. Peccato che questi quattro anni siano finiti con la retrocessione in B con il Parma, arrivata all’ultima giornata in un piovoso pomeriggio, quando Ibrahimovic, intrato nella ripresa, segnò la doppietta scudetto per l’Inter e condannò noi”.

Tornando alla stagione 2005-2006 con la Sampdoria, un tuo caro amico e tifoso, Fabrizio Meggio, tra l’altro amico comune, ci ha raccontato di una tua grandissima prestazione in un anticipo serale del sabato a San Siro, avversario il Milan, partita in cui facesti ammattire Stam sulla fascia, che nemmeno con l’aiuto in raddoppio di Gattuso riuscì mai a prenderti.

“Lo ha raccontato Fabrizio, che è un mio carissimo amico ed estimatore e lo stai scrivendo tu. Non è mio costume lodarmi e incensarmi, però può darsi sia andata così…”.

A seguito della retrocessione con il Parma, riprendi la strada di Genova, questa volta però vestendo la maglia del Genoa.

“Lì al Genoa non mi sono potuto esprimere al meglio per un infortunio alla caviglia e altri problemi fisici, mi è spiaciuto tantissimo. Dopo pochi mesi sono passato al Torino in B”.

Tre stagioni in granata, le cifre anche qui non sono delle migliori.

“È vero ma mi ripeto, le cifre e le statistiche non sono e non devono essere tutto per valutare un calciatore. L’esperienza al Torino la ricordo positiva: abbiamo sfiorato la promozione in A, abbiamo infatti perso la finale playoff con il Brescia. È vero che conta solo vincere nel calcio ma un campionato così non può essere classificato come fallimentare”.

Nell’estate del 2012, a 31 anni, prendi una decisione coraggiosa, scendi di due categorie, dalla B alla Seconda divisione (ex C2) con il Monza: come mai?

“Lo faccio per una promessa fatta all’ex torinista Tonino Asta, che era diventato allenatore del Monza: “Se entro il 31 agosto non ho una chiamata da società di A o B vengo a giocare a Monza”. Contatti non ce ne sono stati, ho mantenuto la promessa e non mi pento della scelta. Del periodo nel Monza ho ricordi bellissimi del direttore Andrissi e di tutti i compagni. Due stagioni e mezza con numerosi assist, come sempre, e questa volta anche tanti gol, 25 in campionato. Poi è arrivato l’ennesimo fallimento e a metà gennaio del 2015 ho cambiato aria”.

Non ti sei spostato di molto, 10 km a sud-est e hai accettato le proposte del triumvirato della Giana, il presidente Oreste Bamonte, il direttore Angelo Colombo e il mister di mille battaglie Cesare Albé per contribuire alla favola Giana, per la prima volta nella sua centenaria storia approdata in Lega Pro, a seguito di tre campionati consecutivi vinti dalla Promozione alla Serie D.

“Presidente, direttore e allenatore della Giana, sono tre grandissimi personaggi con cui mi sono trovato a meraviglia, soprattutto con mister Cesare Albé, che era ancora sulla panchina biancazzurra sino a pochi giorni fa”.

In una intervista dell’estate del 2016 ci dicesti che volevi finire la carriera con la casacca biancazzurra della Giana e invece…

“Mi sentivo bene e in grado di giocare sino a 40 anni in Lega Pro o Serie C che dir sin voglia, la scelta del presidente Bamonte è stata diversa e l’ho accettata. Speravo di continuare a giocare a Gorgonzola e finire lì la mia ormai lunga carriera, è andata diversamente, pazienza”.

Il pubblico dello stadio “Città di Gorgonzola” ti aveva eletto a proprio beniamino, passaggi illuminanti, gol e quelle finte quasi impercettibili che disorientavano gli avversari, finte che scherzosamente in tribuna stampa chiamavamo “di sopracciglio”, quasi impossibili da scorgere ma efficacissime.

“Anche a Gorgonzola, come praticamente in ogni squadra in cui ho militato, mi sono sentito molto amato, e non è una frase fatta”.

Dalla Giana scendi nei dilettanti tra Serie D ed Eccellenza e torni nel tuo Piemonte.

“Ho accettato la proposta del Pinerolo e anche in questo caso non ho sbagliato. Società organizzatissima, nulla da invidiare a quelle professionistiche. Il primo anno mi sono divertito anche se non siamo riusciti a evitare la retrocessione. Poi sono passato al Bra in D e nel 2018 sono ritornato al Pinerolo in Eccellenza per concludere la mia carriera in questa disgraziatissima stagione fermata dal coronavirus, alla bella età di quasi 39 anni”.

Nelle tue quasi venti stagioni da professionista qual è il compagno che ricordi con più affetto?

“Pietro Accardi, che è stato insieme a me a Palermo. Lui è rimasto un carissimo amico dopo quella fantastica esperienza siciliana”.

L’ultima domanda te l’avranno fatta mille volte, te la facciamo anche noi: non pensi di aver fatto meno di quello che ti avrebbe consentito il tuo talento?

“È vero, è una domanda che mi fanno sempre, non ho comunque difficoltà a rispondere. Forse è vero che avrei potuto fare qualcosa di più. Il campo, però, è il giudice supremo e quello che si ottiene da lì bisogna accettarlo, non ho rimpianti”.